Un eroe paradossale per tempi assurdi: intervista a Daniele Alimenti

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Abbiamo incontrato Daniele Alimenti, autore del romanzo L’Agente Patogeno e i misteri della metropoli di Arsura (Edizioni Clandestine), per parlare non solo di misteri e risate, ma anche di paternità, ritmo quotidiano e umanità inaspettata. Con uno stile ironico e surreale, Alimenti ci accompagna in un mondo dove l’investigazione incontra il caos domestico.

 

 

Daniele, L’Agente Patogeno è una figura esilarante ma anche profondamente umana. Come la descriveresti?
Direi paradossale. Tutto ciò che lo circonda è in completa contraddizione con ciò che è o pensa di essere. La sua spiccata etica e abilità investigativa cozza con la maggior parte dei casi che si trova a risolvere ad esempio, così come la sua vita privata gira al contrario rispetto a come la vorrebbe.

 

La notte insonne, il cambio pannolino, la chiamata del Commissario alle tre del mattino… sono dettagli comici ma credibili. Come nascono queste scene?
Posso dire di non saperlo? Scherzi a parte, penso che la vita offra infiniti spunti comici solo che, il più delle volte, siamo comprensibilmente troppo coinvolti per accorgercene. Credo che imparare a cogliere il lato ironico di ciò che accade sia una buona palestra oltre che un’ottima strategia di sopravvivenza.

 

Il tuo protagonista sembra lottare contro la perdita d’identità. È una metafora della crisi maschile contemporanea?
Sì, ma senza voler risultare megalomane, la estenderei all’intero genere umano. Penso che, in generale, la spersonalizzazione sia uno dei grandi mali di questa epoca. Oggi più che mai sembra che le differenze siano una minaccia e che quella dell’omologazione sia l’unica strada percorribile.

 

Il romanzo alterna toni da commedia brillante a momenti di noir. Come trovi il giusto equilibrio tra umorismo e tensione?
In realtà direi che questo è l’equilibrio che è alla base della maggior parte degli scherzi. Solitamente uno scherzo parte da una base di relativa tensione per poi finire o in una sonora risata o in una feroce rissa; ecco, nel mio caso ho escluso la rissa ma il principio rimane lo stesso. Credo che siano molte le situazioni di tensioni che, cambiando un dettaglio, possano sfociare in un contesto umoristico.

 

Per concludere, se dovessi scegliere una scena che rappresenta il cuore del libro, quale sceglieresti e perché?
Probabilmente sceglierei la primissima pagina. Penso che l’approccio “poliziesco” al cambio pannolino dell’Agente Patogeno e la sua oggettiva incapacità nel compiere un gesto piuttosto comune a qualsiasi padre sia un ottimo spot per l’intera storia.

Chi sono

Virginia, 32 anni, editor, consulente editoriale e mamma di Gemma e Tessa. Credo fermamente nella bibliodiversità, nelle realtà editoriali indipendenti e nella potenza comunicativa degli albi illustrati.

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