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“In terra straniera gli alberi parlano arabo” di Usama Al Shahmani

Autore: Usama Al Shahmani

Editore: Marcos Y Marcos

N. pag: 183

Anno: 2021

Valutazione: 5/5

A cura di: Lina Morselli

Categorie: Libri | Lina Morselli

Cari lettori, oggi condivido con voi la recensione di Lina Morselli del libro “In terra straniera gli alberi parlano arabo” di Usama Al Shahmani, edito dalla bella casa editrice Marcos Y Marcos.

Coltivare una passione comporta raffinare gusti ed esigenze, fino a diventare altamente selettivi, alla ricerca di una perfezione che non lascia spazio ai pressapochismi, in spregio alla via di mezzo della quale è pieno il mondo e che spesso si identifica come “discreto”, o “buono”. Accade così anche ai forti lettori, anche a me. Poi ci si imbatte in questo libro: tra le sue pagine, anche il più forte, esigente, puntiglioso lettore, si alza in piedi, ammirato e grato, per tanta inattesa meraviglia.

LA VITA DEL PROTAGONISTA

Usama è uno studente universitario nell’Iraq di Saddam, ha una sorella e due fratelli, ha vissuto un’infanzia serena con i suoi genitori e con una nonna straordinaria che, seppur analfabeta, gli ha trasmesso saggezza, gesti e saperi. Usama sceglie di andarsene, dopo essere stato violentemente aggredito per le sue idee liberali: lascia una Bagdad in balia di una dittatura fuori controllo, mentre la sorella, il fratello Naser e i genitori si trasferiscono nel Sud del Paese. In città resta solo il fratello minore Ali, a sua volta studente, che proprio non ne vuol sapere di andarsene, nonostante ogni giorno rischi la vita, perché non accetta di lasciare il suo mondo, i suoi studi di Letteratura, i suoi amici più cari. Usama si stabilisce in Svizzera, riesce a trovare un lavoro soddisfacente, si sposa, ha due figli, tutto sembra assestarsi in tempi e luoghi in cui la pace rende possibile una vita piena, e proprio per questo insiste con Ali per convincerlo a raggiungerlo. Ma un giorno la sorella gli comunica la sparizione del fratello, che da una settimana risulta irreperibile. Lettere e telefonate della sorella e del fratello descrivono una realtà comune a tutte le dittature: morte, torture, silenzio, asfissia dello spazio e paralisi dei gesti, donne nascoste e umiliate, diventano vittime persino gli animali dello zoo di Bagdad, sterminati perché le loro gabbie servono a imprigionare e torturare i ribelli. Poi il regime cade, la libertà sembra a portata di mano, l’euforia anima le strade, fino al precipitare in una guerra civile tra sunniti e sciiti, con un potere sempre crescente in mano a forze jiadiste. Una calma apparente regala un periodo di relativa stasi con l’arrivo degli Americani. Tutto viene tentato per cercare Ali, soprattutto quando all’arrivo dell’Occidente si scoprono fosse comuni e crimini efferati ed è possibile l’intervento di associazioni internazionali specializzate. Ma non c’è lieto fine: Ali è sparito, svanito nel nulla della guerra e della violenza, il suo corpo non si trova da nessuna parte, ma la sua morte è sicura, quasi palpabile. Poi resta la divisione in due del Paese, un governo fragile, una voce integralista troppo forte, e l’illusione definitivamente perduta per una realtà libera e vivibile.  Usama resta in Svizzera con moglie e figli, ricorda, e continua a vivere. 

LA VITA DEGLI ALBERI

Questa è la storia “esterna”, poi ce n’è un’altra, parallela: Usama in Svizzera scopre alberi e boschi. Un bosco è vissuto in modo diverso in Iraq e in Europa: là è simbolo di oscurità e pericoli, qui rigenera e cura lo spirito. Eppure agli alberi sono legati riti e tradizioni arabe, tanto che datteri e palme sono spesso preziosi, al punto da dover conservare a tutti i costi il terreno su cui sorgono, e tra i semi di melograno, racconta la nonna, ce n’è uno che dona la felicità e la ricchezza. Ma andiamo con ordine: l’impatto col nuovo mondo avviene attraverso una signora iraqena da più di vent’anni in Svizzera, che ama camminare nel verde e Usama impara che le attività fisiche da lui finora svolte, come correre, passeggiare, andare a zonzo, sono ben diverse da questo camminare. Comincia così la sua conquista di una dimensione nella quale gli alberi, tutti, diventano cura, presenza, e danno un senso diverso alla sua vita. Per questo i capitoli del suo libro sono alberi narrativi: l’albero dell’amore, della speranza, dell’incertezza, della morte, della patria, del sogno e della pazienza. Con costanza, cedri, datteri, ulivi, palme albicocchi, melograni dei suoi anni in Iraq diventano un tutt’uno con querce, gelsi, betulle e fiori, ed è grazie a loro che Usama riesce a riunire i fili della sua vita, nel suo nuovo corso e nella conservazione dei ricordi. Ogni sentimento negativo trova un suo sfogo e una sua ragion d’essere in lunghe ore trascorse nei boschi, dove la voce di Usama si alza ora in parole di dolore, ora in dialoghi struggenti col fratello scomparso, alla presenza attenta di tronchi, foglie, rami e radici, ai quali lui stesso arriva a rivolgersi. Alberi personaggi quindi, attori di una scena interiore e nello stesso tempo visibile, in cui il narrato è in arabo, lingua ora amata, ora odiata perché carica di morte e violenza, ma che se parlata con gli alberi diventa un grido di amore per la vita. Per fortuna la moglie di Usama, iraqena di seconda generazione, asseconda e comprende la necessità del marito di immergersi nel bosco. Le lingue di lei sono lo svizzero tedesco corrente e un arabo classico che si va allontanando da quello contemporaneo. Quello di Usama invece è un tedesco corretto, ma non corrente, mentre il suo arabo è perfetto e lo parla, qui, solo con gli amici fuoriusciti come lui. La lingua parte quindi come intralcio, difficoltà, muro comunicativo, ma gli alberi l’ascoltano, a loro modo rispondono e la conservano, fino a che Usama si accorge che il suo tedesco si è fatto intimo, e la sua vita può così continuare in quel mondo di pace e lavoro, di ordine e di boschi. Usama tornerà in Medio Oriente, rivedrà il fratello Naser, manterrà il forte legame con gli amici iraqeni sfuggiti alle violenze, farà rivivere in sè il fratello Ali, ma non potrà fare a meno di tornare in Svizzera, nei suoi boschi, che rappresentano la vita senza la guerra. 

LA VITA OGGI

Leggere il libro di Usama Al Shahmani, oggi, significa molto di più che ripassare un pezzo di storia recente. Ora più che mai ci ricorda il legame che unisce tra loro gli esseri umani, e suona quasi come un atto di accusa per lo sguardo troppo spesso indifferente verso difficoltà, violenze e tragedie che avrebbero dovuto (e dovrebbero) sempre muovere allo sdegno, alla pietà, all’aiuto reciproco. Trovarci, ora, direttamente coinvolti in una tragedia che rischia seriamente di essere la nostra fine, dovrebbe per lo meno muoverci ad un atto di pentimento, e contrizione, per aver visto come lontane, aliene e fastidiose le tragedie altrui. Usama ci ribadisce quanto già, in fondo, molti hanno detto e scritto: la natura è sempre lì, maestosa e bellissima, sta a noi ascoltarla, o distruggere tutto. Il libro termina con i due coniugi che piantano un albero di cedro nel loro giardino. Ecco, quando tutto sembra vacillare, quando la fine agita la sua bandiera, piantiamo un albero.

Chi sono

29 anni, blogger, agente letteraria e mamma di Gemma. Credo fermamente nella bibliodiversità e nelle realtà editoriali indipendenti, le quali spesso nascondono perle di cui pochi sono a conoscenza.

“Buio in sala” di Jung-myung Lee

Come per tutti i grandi romanzi (e questo di certo lo è!), molti sono i contenuti, ognuno con un suo peso, e già il titolo prelude ai temi dell’ambiguità, su cui si gioca l’intera trama: il buio in sala può essere quel momento magico che precede l’inizio dello spettacolo, ma può indicare anche la desolazione di una sala spenta e di un palcoscenico chiuso. Apertissimo è invece lo spazio lasciato alla profonda cultura personale dello scrittore, una cultura mai supponente, ben salda in una posizione solida di aiuto e sostegno nel vivere quotidiano, come si addice alla cultura vera. Libro bellissimo, questo, anche grazie alla perfetta traduzione di Benedetta Merlini.

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