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Questo non è un racconto

questo non è un racconto

A cura di:

Luca Bovino

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Credete davvero che sia possibile leggere queste frasi senza sentirvi complici nel delitto di concorso esterno in vilipendio alle istituzioni repubblicane?

Allora accomodatevi, e ne riparliamo dopo: “si può anche, per principio, ammettere che le istituzioni non vanno vilipese: ma a patto che le istituzioni ci siano. Che ci siano, cioè, come organismi stabiliti, certi, uniformemente regolati, e per tutti. Ma le istituzioni d’Italia ormai non sono che involucri vuoti, involucri da pesce d’aprile, da cui altro non può uscire che la paura di essere vilipese. E il vilipendio dunque appunto consiste nel dire la verità sulle istituzioni.”

Sembra di leggere il pamphlet di un disfattista, il rigurgito di un eversore, l’anatema di un fuorilegge. 

E invece sono frasi di Leonardo Sciascia. 

questo non è un raccontoMesse nero su bianco: il vilipendio delle istituzioni è inconcepibile in una nazione dominata dalle istituzioni del vilipendio.

Peraltro, mai frase fu più ominosa: la verità sulle istituzioni repubblicane, Sciascia, l’avrebbe conosciuta presto, entrando nel ventre molle (e vivo) di uno dei passaggi più oscuri e controversi della nostra storia patria: il sequestro Moro, e l’incredibile balletto di (ir)responsabilità nel quale i massimi vertici del nostro Paese vollero cimentarsi durante, e dopo, quei tragici fatti.

Però resta il brivido, è quasi incredibile immaginare queste parole uscire dalla penna di Sciascia. Ha il sapore fragrante di un retroscena inedito.

Sembrano quasi non essere sue: che fine ha fatto il capitano Bellodi, che per il rispetto dello stato subì l’onta dell’allontanamento; oppure l’ispettore Rogas, che pagò con la vita la ricerca della verità processuale? 

Che fine ha fatto lo Sciascia intransigente statista, il più intransigente degli intransigenti nel dichiarare che l’unica vera ragion di stato fosse quella che liberasse l’uomo, e non quella che, figlia di un’ipocrita intransigenza, lo condannasse a morte?

E invece furono proprio parole sue. Vergate dall’unico scrittore e parlamentare italiano munito di senso dello stato, e al massimo grado; quello stesso senso di cui tutti gli uomini con cui condivise lo scranno sembravano, come sembrano, irrimediabilmente privi.

C’è una sola verità che le istituzioni abbiano detto in questi ultimi anni? Da quando, nel cortile di una casa di Castelvetrano, è stato rinvenuto il cadavere del bandito Salvatore Giuliano, le istituzioni si sono votate alla menzogna. La verità, quegli italiani che ne sentivano il bisogno, se la sono faticosamente cercata, un tassello dopo l’altro, e sempre con qualche tassello che mancava e che manca. Perfino le inchieste parlamentari, dalle quali si poteva sperare una parola definitiva, una indicazione di colpe e di colpevoli, sembra abbiano soltanto inaugurato una specie di genere letterario. C’è la lirica, il dramma, il romanzo; e anche l’inchiesta parlamentare.”

E lui, questo genere l’avrebbe presto conosciuto, sperimentato, plasmato per dare vita a quell’inarrivabile capolavoro di critica letteraria, politica, giuridica e morale che fu l’Affaire Moro, e la sua iconoclasta relazione di minoranza.

A distanza di quarantatre anni da quei fatti, ancora non è stata data risposta alle lucide domande che Sciascia incise nella sua relazione, e che oggi è in calce alle ristampe del suo Affaire: perché lo stato ha dichiarato di voler fare tutto il necessario per cercare di liberare Moro, mentre nei fatti ha fatto invero tutto, tranne quello che sarebbe stato necessario per liberarlo?

Chiudiamo la parentesi.

Ma per aprirne tante, tantissime altre che la lettura di questa raccolta sollecita. 

Leggendo, infatti, l’antologia curata da Paolo Squillacioti («Questo non è un racconto», Adelphi, 2021), apprendiamo scritti inediti del maestro di Racalmuto, pubblicati per festeggiare il centenario dalla sua nascita. Qui si scopre lo Sciascia sceneggiatore, critico cinematografico, epigrafista, ritrattista, apologista. Soprattutto. Ma non solo. 

Qui è possibile cogliere questo mirabile fiore al curaro, nel cuore d’una nota dedicata alle reazioni al film di Rosi Cadaveri Eccellenti, che il regista realizzò ispirandosi suo romanzo Il Contesto.

E da cui solo uno Stato scellerato, osceno, colluso e opaco poté sentirsi tanto vilipeso.

In queste pagine leggiamo di Sciascia che dichiara, come già fece Umberto Eco, che il suo amore per i Promessi Sposi fosse legato all’evento fortuito di non averlo letto a scuola, ma prima, per conto proprio, e di averlo apprezzato tanto, forse, proprio per questo motivo.

E sempre qui, apprendiamo come secondo lui, grande conoscitore di Simenon, Gino Cervi non fosse poi tanto adatto a impersonare Maigret (personaggio che rispetto all’attore, “era un’altra cosa”), sfatando uno stereotipo consolidato.

C’è qui un copione praticamente già pronto per un film di Sergio Leone, un altro per Lizzani, e alcuni appunti per la Wertmuller. Le ragioni per cui queste idee non ebbero realizzazione cinematografica furono varie, e sfiorano la mitografia, se non proprio la mitomania, di alcuni personaggi incrociati dallo scrittore, come apprendiamo dalle note di appendice del curatore. Ma possiamo farcene un’idea anche noi, e forse non meno piacevole, di queste opere.

Però in queste pagine, c’è soprattutto lui: Sciascia, con la sua prosa illuminante e le sue intuizioni paronomastiche, le sue letterarie decontestualizzazioni, da cui nasceva l’ironica iconografia delle sue sinestesie, le sue chiastiche isotopie destabilizzanti, rese, talvolta, con felici inversioni genitive.

Come nel ritratto dell’attore Mosjoukine (dizione che preferiva alla più invalsa Mozzuchin, ci informa il curatore), elogiato perché “passava da Casanova a Mattia Pascal” però “senza che l’immagine dell’uno abbia interferenza su quella dell’altro (…) Non mi capita, insomma, come può accadere nelle alchimie e negli scarti della memoria, di vedere in Mattia Pascal l’ombra di Casanova e in Casanova l’ombra di Mattia Pascal.

E c’è qui quasi l’eco di quella beffarda chiosa su Aleardo Aleardi che in realtà si chiamava Gaetano, quando in 1912+1 scrisse: sembrava di leggere pensieri da Gaetano in versi da Aleardo, e pensieri da Aleardo in versi da Gaetano.

Un linguaggio irriproducibile, inimitabile, intraducibile.

Dove i concetti non erano resi semplicemente dall’appoggio di un sostantivo su un predicato. Ma dove l’imperscrutabilità del senso, con poche chirurgiche evidenze, veniva illuminata mostrando in che modo l’accidente diventi la vera sostanza della sostanza, e quest’ultima il vero accidente dell’accidente.

Non una semplice tecnica letteraria, ma una filosofia della letteratura, e naturalmente una letteratura della filosofia.

Signori, questo era Sciascia, e questo il regalo che Paolo Squillacioti ha fatto a noi per l’ideale compleanno del Maestro; l’eterno maestro d’Italia, dell’italiano, degli italiani.

Chi sono

27 anni, blogger, agente letteraria e mamma di Gemma. Credo fermamente nella bibliodiversità e nelle realtà editoriali indipendenti, le quali spesso nascondono perle di cui pochi sono a conoscenza.

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