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I romanzi possono essere terapie per stare bene?

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A cura di:

Luca Bovino

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Occorre dare una risposta a questa domanda: leggere fa bene? Al di là del diletto ineffabile che prova il lettore quando si tuffa, sguazza e poi nuota tra le pagine delle proprie letture. Vorremmo capire: esiste un concreto benessere fisico, o mentale, che la lettura è in grado di conferire all’organismo umano. E se esiste, in che termini si manifesta, e come si potrebbe misurare?

Credo sia legittimo che a porsi queste domande possa essere un romanziere, che, per l’inciso, si è sempre considerato un lettore patologico. E che oggi vorrebbe chiedersi se questa sua attitudine possa essere anche una cura.

Una risposta a tutte queste domande comporta una piccola indagine sull’argomento; occorre reperire informazioni, fonti, studi, ricerche eseguite, possibilmente, da soggetti qualificati che abbiano indagato l’argomento con le migliori metodologie disponibili. In rete sono disponibili i risultati di ricerche  pubblicate dalle principali riviste scientifiche, e chiunque sia interessato potrà avere un’idea, attraverso queste letture, degli effetti che produca la lettura.

Chi vi scrive, era interessato. Molto interessato all’argomento.

E quanto seguirà è appunto l’esito di queste ricerche sulle ricerche.

Iniziamo a dire che a quanto consta da un’interessante inchiesta del New Yorker del 2015, le principali indagini cliniche sugli effetti cerebrali della lettura sono avvenute principalmente partire dagli anni 2000, grazie soprattutto alla diffusione di dispositivi avanzati di rilevazione elettronica delle informazioni. E in particolare gli scanner celebrali, come i fMRI (acronimo inglese che in italiano starebbe per Macchina per la risonanza magnetica funzionale).

Un primo significativo studio è stato compiuto in Europa, più precisamente in Spagna nel 2006, e pubblicato dal NeuroImage. Gli studiosi chiesero ai partecipanti allo studio di leggere parole con forti associazioni olfattive, insieme a parole neutre, mentre i loro cervelli venivano scansionati da una fMRI. 

Il risultato è stato che quando i soggetti guardavano alle parole corrispondenti a ‘profumo’ e ‘caffè’, la loro corteccia olfattiva primaria si illuminava; quando vedevano le parole che significano ‘sedia’ e ‘chiave’, quella regione rimaneva scura. La lettura era in grado, quindi, di attivare porzioni cerebrali altrimenti destinate all’immobilità.

Sempre nel 2006, a la ricercatrice francesce Veronique Boulenger evidenziò un ulteriore dato. Le parole che descrivono il movimento stimolano le regioni del cervello diverse da quelle deputate all’elaborazione del linguaggio.

L’indagine  delle scansioni cerebrali ha rivelato che la lettura di frasi come “Giovanni afferrò l´oggetto” e “Paolo diede un calcio alla palla” attivi la corteccia motoria: cioè la stessa che coordina i movimenti del corpo. 

Non solo: quando il movimento descritto si riferisce a un braccio l´attività si concentra in una regione della corteccia motoria diversa da quella che reagisce quando il movimento descritto riguarda ad esempio la gamba.

A quanto pare, dunque, il cervello non scorgerebbe una grande differenza tra il racconto di un´esperienza, e l’esperienza stessa. E questo perché sia l’evento vissuto in prima persona e che la sua trasposizione narrativa attiverebbero le medesime regioni neurologiche.

Naturalmente, si deve trattare di un’esperienza che coinvolga i nostri sensi, e non si risolva in mere riflessioni intellettuali.

Un’implicita conferma a questo assunto è giunta da uno studio del 2011 pubblicato dall’Annal Review of Psychology e basato sempre sull’analisi delle scansioni cerebrali fMRI dei partecipanti.

È stato confermato, anche da questo saggio, che quando leggono un racconto di una percezione sensoriale le persone mostrino stimolazioni celebrali che avvengono all’interno delle stesse aree corticali che usualmente si attivano quando viene vissuta un’esperienza sensibile. 

Insomma, forse non avremo risposto del tutto alla domanda se leggere faccia o meno bene; siamo certi, però, che qualcosa faccia. 

Non sempre però. 

Molto dipende, infatti,  da come l’esperienza venga raccontata.

In uno  studio del 2012 compiuto da ricercatori dell’università Emory University di Atlanta, e pubblicato dalla rivista Brain & Language è stato osservato come reagisca il nostro cervello alla presenza di metafore.

Pare, infatti, che le metafore non siano tutte uguali.

È stato posto un significativo assunto neurologico, da questo lavoro: le associazioni linguistiche di tipo figurato divenute familiari – come “una giornata pesante” –  vengono elaborate dal cervello alla stregua di normali parole. 

Invece, la lettura di una metafora innovativa, in particolare di tipo tattile, causa nei soggetti esaminati l´attivazione della porzione di corteccia cerebrale responsabile di quella peculiare percezione sensoriale. 

Così, mentre una metafora quale “il cantante ha una voce vellutata“, o “aveva le mani ruvide” stimola la corteccia sensoriale, viceversa frasi come “il cantante ha una voce gradevole” e “aveva le mani forti” la lasciano del tutto indifferente.

Insomma, c’è metafora e metafora. 

La nostra corteccia ha fatto la scorza, e non compie nessun viaggio verso i luoghi comuni.

Come non pensare, al riguardo, alle parole di Jorge Luis Borges che, nell’Idioma degli argentini (1928, oggi edito Adelphi), ammoniva “allo stato attuale delle lingue europee, quasi tutte le parole sono metafore (pontefice, angelo, tragedia, abbordare…)” e questo perché “la sfera fisica e la sfera morale si scambiano in continuazione la parola”. Ma in tutto questo scambio è ormai difficile trovare la nascita di una vera nuova metafora, di qualcosa che trascini, trasporti, trasferisca l’immaginario altrove, come l’etimologia greca della parola vorrebbe.

Insomma il nostro cervello sembra condividere la lezione del poeta argentino, riconosce i cliché letterari, e non si fa più ingannare. Di contro, reagisce con partecipazione e trasporto di fronte a traslati, sinestesie ed espressioni figurate che abbiano un riferimento tattile (come dimostrato dallo studio americano), olfattivo (come rilevato da quello spagnolo), o altrimenti esperenziale connesso al movimento (come dimostrato dallo studio canadese).

Ad ogni modo, oggi la scienza ci dimostra con dati ed evidenze cliniche come il cervello reagisca alle descrizioni olfattive, tattili e di movimento allo stesso modo di come reagirebbe se si trattasse di esperienze vissute in prima persona, rispondendo alle interazioni tra personaggi letterari quasi come se si trattasse di incontri in carne e ossa

In ogni caso, però, il testo deve essere efficace, per smuovere i tasti, ed i neuroni, giusti.

Putroppo (o per fortuna) i ricercatori non sono stati tanto cinici da discriminare e classificare i romanzi (e i romanzieri) in base al numero di aree neuronali che riuscivano ad attivare visualizzandoli sullo scanner.

Ma non è detto che non ci arriveremo nel prossimo futuro.  

Le ricerche nerologiche ci hanno consegnato, però, anche un’altra importante informazione, connessa alla lettura. Questa volta più controversa.

Pare, infatti, che il cervello attinga sempre alle medesime reti cerebrali sia quando legga storie, sia quando provi a indovinare i sentimenti di un’altra persona.

Nel 2006 Keith Oatley, professore emerito di psicologia cognitiva presso l´Università di Toronto (nonché autore a sua volta di romanzi), ipotizzò che la lettura produca una vivida simulazione della realtà che, a detta sua, «si proietta nella mente dei lettori esattamente come una simulazione al computer si proietta sul monitor».

E i romanzi – ricchi come sono di dettagli fragranti, fantasiose espressioni e descrizioni accurate dei personaggi e delle loro vicende – offrono la possibilità  di proiettare esperienze particolarmente complesse.

Esiste, poi, almeno un caso in cui i romanzi superano la realtà, offrendo ai lettori un´opportunità che questa invece nega: quando si addentrano nei pensieri e nelle sensazioni di altri individui. 

La letteratura rappresenta uno strumento impareggiabile per esplorare la vita sociale ed emotiva degli uomini.

Nel 2011, lo stesso Keith Oatley ha pubblicato un libro chiamato , Such Stuff as Dreams: la Psicologia della finzione . «La finzione è una sorta di simulazione, che non viene eseguita sui computer ma sulla mente: una simulazione dei sé nelle loro interazioni con gli altri nel mondo sociale … basata sull’esperienza e che implica la capacità di pensare a possibili futuri 

I romanzi, suggerisce Oatley, «forniscono degli stimoli particolarmente utili, perché le interazioni sociali sono estremamente complesse e richiedono di valutare miriadi di interazioni tra causa ed effetto. Così come le simulazioni al computer possono aiutarci ad apprendere alcune competenze complesse, come pilotare un aereo o prevedere che tempo farà, così i romanzi e i racconti possono contribuire a farci cogliere le complessità delle interazioni sociali».

Oltre ad essere simulatori della mente, quindi, i romanzi sarebbero anche simulatori della realtà.  Dei piccoli mondi. 

Ma questo era ben noto da tantissimo tempo: la stessa parola poesia deriva dal greco poesis e significa costruire mondi.

Anche senza scanner, quindi, i greci questo almeno l’avevano sempre saputo.

Nel 2009 Raymond Mar, psicologo presso la York University, in Canada, pubblicò sulla Annual Review of Psychology uno studio, basato sull´analisi di ottantasei fMRI, nel quale si evidenziava una considerevole sovrapposizione tra i circuiti cerebrali impiegati nella comprensione di trame scritte e quelli utilizzati per gestire le “reali” interazioni con altri individui – e, in particolare, le interazioni che richiedono di indovinare i pensieri e i sentimenti degli altri.

In due studi pubblicati nel 2006 e nel 2009, a loro volta, Oatley e Mar asserirono che gli individui che si dedicano con frequenza alla lettura di romanzi sembrerebbero dotati di una maggiore capacità di comprensione degli altri, riuscirebbero a identificarsi con loro, avrebbero maggiori capacità di vedere il mondo dal punto di vista dell’interlocutore.

Insomma, verrebbe da concludere: allora i romanzi stimolano l’empatia?

Qui le opinioni degli studiosi non sono univoche.

Secondo i ricercatori canadesi, la risposta alla domanda sarebbe senza dubbio positiva.

In particolare, uno studio del 2010 condotto da Mar, Università di York, Canada, ha dimostrato che più storie venivano lette a bambini di età prescolare e più loro erano in grado di sviluppare la cosiddetta “teoria della mente”.  Si tratta dell’abilità di indovinare con precisione cosa potrebbe pensare o sentire un altro essere umano, e si inizia a sviluppare solo intorno all’età di quattro anni.

Per capire questa teoria si usa il giochino della bambolina e della palla nei due cesti. Provate a raccontare ad un bambino questa storia: c’è una bambolina che mette la pallina nel cesto A, e poi va a dormire; mentre sta dormendo arriva un orsetto dispettoso che toglie la bambina dal cesto A e la nasconde nel cesto B. A questo punto chiedete al bambino: una volta che la bambolina si risveglierà, dove andrà a cercare la sua pallina? Generalmente i bambini prima dei 4 anni rispondono nel cesto B, perché non avrebbero la capacità di immedesimarsi nella mente altrui, risponderebbero sempre attraverso la propria. Dopo i quattro anni le cose dovrebbero andare al loro posto. Ecco, questo sarebbe grossomodo il contenuto della “teoria della mente”, anticamera dell’empatia.

Lo stessa capacità di lettura della mente altrui si produce con la visione di film, ma, stranamente, non dalla televisione, secondo Mar, il quale, peraltro ha ipotizzato che dal momento che i bambini guardano la televisione da soli ma vanno al cinema in compagnia dei genitori, il grande schermo fornirebbe loro «maggiori spunti di conversazione con i genitori sugli stati mentali».

Questa idea fa eco a una convinzione da lungo tempo sostenuta tra scrittori e lettor, e cioè che i libri siano i migliori tipi di amici: ci danno la possibilità di provare le interazioni con gli altri nel mondo, senza fare danni permanenti. 

Nel suo saggio del 1905 On Reading, Marcel Proust diceva a tal proposito: «Con i libri non c’è socialità forzata. Se passiamo la serata con quegli amici, i libri, è perché lo vogliamo davvero. Quando li lasciamo, lo facciamo con rammarico e, quando li lasciamo, non c’è nessuno di quei pensieri che guastano l’amicizia: “Cosa hanno pensato di noi?” – “Abbiamo sbagliato e detto qualcosa di senza tatto?” “Abbiamo fatto una buona impressione?”, Né c’è l’ansia di essere dimenticati a causa dello sostituzione con provvisoria con qualcun altro. »

Nel 2013, un influente studio pubblicato su Science ha sostenuto che la lettura di narrativa (piuttosto che la saggistica) avrebbe migliorato i risultati dei partecipanti su test che misuravano la percezione sociale e l’empatia, cruciali per lateoria della mente”.

Ma, come avevamo preannunciato, non tutti sono concordi su questa tesi.

Più di qualcuno contesta l’idea che la letteratura narrativa (denominata nei paesi anglosassoni con la parola “fiction”, per distinguerla da tutto il resto che sarebbe “non fiction”) abbia un’attitudine speciale per l’empatia.  

Insomma, non è unanimemente condivisa l’asserzione secondo cui i romanzi aiuterebbero a farci comportare meglio nella vita reale. 

Da questo punto di vista ricorrono molte impressioni empiriche: altro che empatia, la letteratura sarebbe la patria del narcisismo. Lettori, ma soprattutto scrittori sono terribilmente egocentrici, come ben noto.

Ma non si tratta solo di commenti estemporanei, ci sono anche prestigiose occorrenze scientifiche a dar manforte a questa teoria.

Nel 2007 la ricercatrice dell’università di Oxford, Suzanne Keen, in libro chiamato Empathy and the Novel, ha contestato questa “ipotesi di empatia-altruismo” e si è detta scettica sul fatto che le connessioni empatiche fatte durante la lettura di narrativa si traducano davvero in un comportamento altruistico, umanitario e socializzante.

La sua ricerca evidenzierebbe anche quanto sia difficile dimostrare davvero una tale ipotesi. «I libri non possono apportare cambiamenti da soli e non tutti sono sicuri di doverlo fare», scrive Keen. 

«Come sa ogni topo di biblioteca, i lettori possono anche sembrare asociali e indolenti. La lettura di romanzi non è uno sport di squadra ». 

Invece, afferma, dovremmo goderci ciò che la narrativa ci offre, e cioè la liberazione dall’obbligo morale di provare qualcosa per i personaggi inventati, come accadrebbe per un uomo in carne e ossa.

E ciò significa che lettori talvolta rispondono con maggiore empatia a una situazione con personaggi irreali a causa proprio a causa della finzione protettiva.

La tesi oxfordiana – che però a quanto pare sarebbe stata elaborata senza scanner – dà voce ad un sentimento molto diffuso, ed è difficile negarle del tutto ragione. 

Lo scrittore italiano Marco Franzoso, nel suo Grande libro della scrittura si interrogava intorno al paradosso per cui molte persone si commuovano di fronte ad un romanzo, un film, una fiction e allo stesso tempo rimangano completamente indifferenti di fronte ad un senzatetto. La crudeltà, la miseria, la tristezza sembrano più vive attraverso l’elaborazione narrativa che non attraverso l’esperienza diretta. 

Che fine avrebbe fatto, quindi, l’empatia? 

Una volta chiuso il libro torniamo ad essere crudeli e spietati come prima, e forse anche di più, probabilmente perché avremmo proiettato le nostre frustrazioni morali verso un testo narrativo, esautorando la realtà da ogni capacità catalizzante.

Alla faccia della catarsi!

La vera funzione della lettura narrativa, quindi, non sarebbe tanto il rafforzamento delle relazioni sociali, quando l’emancipazione e lo scollamento dell’individuo dalle stesse. 

I benefici per la salute personale di un’esperienza coinvolgente come la lettura sarebbero la «rinfrescante fuga dalle normali pressioni quotidiane», per tornare alle parole della ricercatrice inglese.

Quindi, anche se non siamo d’accordo sul fatto che leggere narrativa ci faccia trattare meglio gli altri, su una cosa dovremmo convenire: è un modo per trattare meglio noi stessi. 

Nell’articolo del 2015 pubblicato sul New Yorker a firma di Ceridwen Dovey si dava ampio risalto ad una dottrina chiamata biblioterapia, dando atto di alcune acquisizioni condivise a proposito della lettura, che sfiorano, anzi oltrepassano, lo stereotipo di costume.

La lettura metterebbe il nostro cervello in un piacevole stato di trance, simile alla meditazione, e perciò porterebbe gli stessi benefici per la salute del rilassamento profondo e della calma interiore. 

I lettori abituali, secondo questi racconti, dormirebbero meglio, avrebbero livelli di stress più bassi, maggiore autostima e tassi di depressione inferiori rispetto ai non lettori. 

Anche in questo caso, non ci sono rilievi clinici eseguiti con accertamenti strumentali che possano avallare autorevolmente queste affermazioni, e quindi non sarebbe il caso di menzionarle (anche se l’abbiamo appena fatto, perché è troppo bello crederci).

Restando in quelle latitudini, la scrittrice britannica Jeannette Winterson ha affermato che «la narrativa e la poesia sono dosi, medicine.  Quello che guariscono è la rottura che la realtà produce sull’immaginazione.»

E anche in Italia questa tesi sembra aver preso piede.

Navigando in rete è possibile apprendere dell’esistenza di un corso di studi dedicato proprio alla Biblioterapia attivato presso l’Università di Verona, curato da Marco Della Valle, che in un articolo del 2012 aveva sottolineato come il dosaggio di queste medicine necessiti della mediazione di un esperto, che guidi il lettore paziente verso letture adeguate al proprio contesto. 

E questo anche in considerazione della mole mastodontica di libri oggi in commercio, e disponibili a tutti, al punto da rendere davvero difficile distinguere tra le pubblicazioni fondate su criteri scientifici e i semplici espedienti editoriali privi di attendibilità e fondamento.

Umberto Eco ricordava: se vent’anni fa un appassionato poteva anche andare in biblioteca a fare una ricerca navigando tra decine e decine di titoli dedicati ad un argomento; oggi invece interroga un motore di ricerca, trova 10mila occorrenze, pensa al fatto che non riuscirà mai leggerle tutte, e lascia perdere.

Torniamo alla biblioterapia: colpisce molto questa dottrina di voler considerare i libri come medicina, i libri come terapia, i libri come cura. E questo perché se così davvero fosse, allora vorrebbe dire che l’espressione simbolica non sarebbe poi così simbolica come sembri.

Dietro il segno sulla carta c’è qualcosa, e sembra esserci qualcosa di molto vicino a quello che il segno designa.

Sarà davvero così?

Tirando le fila alla nostra indagine, realizzata su queste poche, ma selezionate fonti, possiamo dire che i libri di narrativa aiutano a stimolare aree del cervello che altrimenti resterebbero prive di stimoli, in assenza di esperienze corrispondenti a quelle descritte sulla pagina.

I libri sarebbero un ottimo surrogato della realtà, più o meno adeguato a seconda del tipo di scrittura, e del tipo di lettore. 

Ma parliamo sempre di un surrogato. 

Come sappiamo bene, ogni esperienza si vive con i sensi, e si rielabora con la mente; difficilmente accade il contrario.

Però è sempre utile evitare l’atrofia di aree cerebrali altrimenti latenti, specie se non si ha la possibilità di vivere esperienze estreme come saltare da un aereo, navigare in un oceano, cadere da un burrone, essere dilaniati da un fucile a canne mozze.

Però non possiamo sovrapporre o addirittura confondere la mente con l’esperienza, la finzione con la realtà, il sogno con la veglia, il libro con la vita.

È sempre la dose a fare il veleno, e questo vale per qualsiasi medicina; anche per i libri, quindi.

Mi vergogno di essere poeta, di vivere questa vita sterile di sogno, cantava Guido Gozzano, in Signorina Felicita, una celebre poesia dedicata alla Felicità. 

Egli immaginava la propria donna ideale come un’ignorante camerista, del tutto priva di conoscenze letterarie, possibilmente analfabeta, votata esclusivamente al lavoro, alla natura, alla fatica. Alla vita. Quella vita che lui, purtroppo, vedeva scivolargli via, e molto prima del tempo.

Eppure, la principale conquista della nostra specie sembra proprio essere la mente, il linguaggio, il simbolo.

E cioè la capacità di rendere presente un’assenza, miracolo che compie attraverso le evocazioni simboliche con cui si esprime: le parole della nostra lingua. Era questa, in fondo, la tesi di Tullio De Mauro e di Umberto Eco, e della scuola semiotica che si richiamava a questi insegnamenti. 

Le espressioni simboliche sono sempre, però, qualcosa che sta in luogo di qualcos’altro, affinché quel qualcos’altro resti occulto, nascosto, inaccessibile, protetto, immune.  I simboli, ricordava Niklas Luhmann, rendono invisibile una realtà sottostante che si produce e si organizza indipendentemente dai simboli e secondo meccanismi suoi propri. 

Ogni sistema culturale avrà sempre queste caratteristiche: rendere presente un’assenza, la sua principale funzionalità è quella di “rappresentare” (o autorappresentare) simbolicamente dei contenuti che vengono lasciti nascosti.

La parola esprime un concetto che rimane occultato nel nostro sistema psichico, e probabilmente rimane occultato anche a noi. Si manifesta diventando espressione, idea, pensiero, parola; ma una volta espresso, allo stesso tempo, tanta altra parte lascia inespressa.

E qui, lo scanner sarebbe forse di poco aiuto.

Qual è la cosa al posto della quale si utilizza l’espressione simbolica?

Parlo per me.

Nel romanzo “Tutta una questione di algoritmo” mi pongo il problema, lo stesso che ogni romanziere pone: qual è l’essenza della parola? Il suo statuto ontologico, la sua vera natura d’essere?

Scrivendo un libro si può davvero parlare qualcos’altro, oltre che del fatto che si stia parlando?

Il mio protagonista vive ad un certo punto un dilemma: a quale mondo appartiene? Al sogno, alla realtà? Quand’è che può dire con certezza di aver smesso di sognare e di aver iniziato a fare cose concrete?

È lo stesso dilemma che viveva l’intellettuale impegnato di Milan Kundera nella Insostenibile leggerezza dell’essere. Che si chiedeva: quando finirò di dedicarmi alla lettura e alla critica di testi letterari, sprofondato nella poltrona del sogno, condannato all’illusione? E quando potrò versarmi finalmente in una manifestazione di piazza a vivere la vita, fare esperienza della realtà, essere un corpo concreto in cammino verso la verità del mondo? 

Eppure, ammoniva l’autore, quel professore non si rendeva conto che proprio laddove pensava di percorrere la vita stava viaggiando in un sogno, mentre dove pensava di sognare stava invece vivendo.

Lo stesso problema era vissuto dal protagonista di Italo Calvino nella Speculazione Edilizia: basta con le speculazioni intellettuali vacue e inconcludenti; entriamo finalmente nel cuore dei tempi, iniziamo a vivere la vita concreta fatta di azioni reali, di soldi, di solidi di corpi, di case, di eventi, di costruzioni. Ma anche in quel caso sorgeva il dubbio, se la speculazione edilizia non fosse, in fondo, sempre una speculazione, cioè una proiezione simbolica di aspettative, palingenesi, risoluzioni, scioglimenti.

Un altro sogno, in fondo.

E quindi, tutto ritorna all’epigrafe del romanzo, tratto, naturalmente dal Libro dei sogni del maestro argentino Jorge Luis Borges. 

In fondo, l’esergo è un romanzo nel romanzo, un sogno nel sogno, una citazione nella citazione. 

In un racconto popolare cinese un uomo sogna di diventare farfalla e allo stesso tempo una farfalla sogna di diventare quell’uomo. Chi sta sognando chi? Chi si è risvegliato da cosa?

Forse smarrirsi del tutto nel sogno, e riconoscere il sogno in tutte le sue manifestazioni, e riconoscere il sogno nel nostro linguaggio, e nei simboli che usiamo per comunicare, può essere l’unico farmaco, l’unico veleno per acquistare consapevolezza di noi. 

Della nostra natura contraddittoria, e paradossale, fatta di sogni e di vita. 

Di vita che si svolge anche attraverso il sogno, e di sogno che è indispensabile alla nostra vita.

La lettura può aiutare a farci sognare, ma anche a farci compiere il miracolo di aprire gli occhi mentre sogniamo ad occhi aperti, per consentirci di distinguere le esperienze che-stiamo-vivendo-solo-con-la-nostra-mente, e quelle che stiamo vivendo con tutti gli altri sensi.

Forse. 

Ma non c’è nessuna certezza del fatto che tutte queste considerazioni appartengano davvero al mondo reale o a quello onirico, che siano scienza o delirio, vaneggiamento o analisi, che conducano davvero a qualcosa o siano soltanto dei simboli, o semplicemente dei segni.

La vita è segno, ed è il segno d’un sogno.

Sto già iniziando a sbadigliare.

È  il momento giusto: metto in calce tre bei puntini di sospensione, mi addormento, e magari sogno. Di vivere…

L’AUTORE

libriLuca Bovino nasce a Grottaglie il 25/01/1977, dove tutt’ora vive; avvocato da quasi vent’anni, vincitore del premio Toga D’Onore nell’anno 2005 conferito dall’Ordine degli Avvocati di Taranto per la migliore affermazione nell’esame di abilitazione. Sposato, con due figlie, condivide con la sua famiglia passioni, chiacchiere e letture. Ha scritto diversi saggi di interesse giuridico, pubblicati su libri e riviste di settore.
Esordisce nella narrativa con “Tutta una questione di algoritmo”, con cui viene premiato con la Menzione Speciale al Premio Bukowski 2020, arrivando finalista nella cinquina del I concorso internazionale Montag 2020. Cura un blog di recensioni letterarie dalrecensore.wordpress.com.

Chi sono

27 anni, blogger, agente letteraria e mamma di Gemma. Credo fermamente nella bibliodiversità e nelle realtà editoriali indipendenti, le quali spesso nascondono perle di cui pochi sono a conoscenza.

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