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INTERVISTA A ENNIO MASNERI

A cura di:

Virginia Villa

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Cari lettori, oggi condivido con voi la bella intervista che ho avuto il piacere di fare a Ennio Masneri, autore del romanzo “Il silenzio del niente“, edito da La Vita Felice.

Caro Ennio Masneri, ti ringrazio per il tempo che dedicherai a me e a LeggIndipendente per rispondere a queste brevi domande sul tuo romanzo.

 

  1. Hai scritto una raccolta di due racconti che parlano delle conseguenze della violenza fisica e morale sulle donne e sui bambini e lo hai fatto analizzando diverse situazioni in modo approfondito e ricercato. Come prima domanda ti chiedo di raccontarci da dove prende vita il tuo interesse per queste tematiche e perché hai scelto di scrivere un libro su questo tipo di violenze?

Si può dire che è stato per empatia. Fin dall’infanzia sono stato vittima di bullismo sia a scuola che nella vita privata senza che nessuno potesse prendere le mie difese (il che sarebbe un paradosso in quanto un’istituzione pubblica come la scuola avrebbe dovuto prendere posizione in prima linea ma stiamo parlando degli anni 80-90…). Vivendo e crescendo in un paese dalla mentalità ristretta come ce ne sono tanti altri sparsi sul territorio calabrese ho assaggiato la bassa considerazione che gli altri avevano nei miei confronti, le umiliazioni, le botte, il sentirsi sminuito solo perché ho una sordità ma una mente che mi funziona. Anche nella vita adulta vado spesso incontro a discriminazioni che chiamo “silenziose” come il negarmi qualsivoglia diritto umano da parte degli altri solo perché mossi dall’imbarazzo, dalla paura dell’ignoto, dall’ignoranza (non ci si smette proprio a trovarli!) o anche dal sentirsi a tutti i costi superiori. Con questo bagaglio di ferite che mi porto, se da un lato ne serbo un profondo rancore mai sopito (anche noi sordi abbiamo sentimenti, sa?) dall’altro mi ha permesso di acquisire una maggiore sensibilità nei confronti di chi ha avuto il mio stesso trattamento, le mie stesse umiliazioni fisiche e morali se non di peggio. 

Spesso leggo di donne e di bambini violentati, strappati alla loro infanzia e abbandonati al loro destino perfino da chi li avrebbe dovuti proteggere. Leggo, e ne resto pure sconvolto, attacchi da parte di familiari dei violentatori (e assassini) che, pur di proteggere a tutti i costi una falsa idea dell’onore nella società, cercano di deviare la reale responsabilità nei confronti delle vittime adducendo motivi come atteggiamenti provocatori, vestiti corti, troppa bellezza, e così via, senza però rendersi conto di cadere nel ridicolo, in un imbuto fatto di specchi scivolosi. 

Mi hanno dato l’impressione che spesso si urla per distrarre l’attenzione, senza realizzare di essere diventati complici dello stesso umiliante crimine. 

Se costoro urlano, anche noi dobbiamo urlare ma più forte di loro. 

Se puntano contro un dito, noi dobbiamo unirci per spezzare quel dito.

Ho voluto raccontare storie del genere per far presente la possibilità di reagire in qualche modo per avere giustizia, di denunciare (emblematico il fatto della siciliana Franca Viola al quale va tutta la mia ammirazione e solidarietà) ma anche di sensibilizzare, di tenere alta l’attenzione perché la violenza fisica e morale è sempre dietro l’angolo e si mostra quando gli altri ti credono un debole e ti discriminano adducendo stupidi motivi (alcuni fanno perfino ridere per la loro idiozia!).

 

  1. Hai affermato che con “Il silenzio del niente” hai voluto sottolineare il silenzio della società odierna che, in molti casi, preferisce non occuparsi di chi subisce violenza e cerca giustizia relegando ad altri l’onere di agire o scegliendo di non vedere. Secondo te perché è difficile per la società farsi carico di queste situazioni e chi sono “gli altri” ai quali viene relegato l’onere di agire?

Gli “altri” sono spesso le stesse vittime che mettono in luce la violenza subita. La società subisce quotidianamente un surplus di notizie negative che una in più e una in meno non fa più la differenza. E quando questa cosa avviene, succede che la stessa società si “sdoppia”, esegue uno sdoppiamento di personalità, preferendo la via più breve, più facile: la silenziosa ipocrisia. 

Donne e bambini (e pure i disabili che non vincono medaglie o fanno spot) sono ancora oggi considerati come gli esseri più deboli, più facili da gestire, picchiare, violentare, umiliare e vengono attaccati perfino dagli stessi generi in quanto svelano alla luce del sole le loro stesse debolezze. 

Fa infatti strano vedere una donna attaccare verbalmente un’altra donna violentata (umiliata, percossa, uccisa) ma in questo suo comportamento (che si rispecchia nella società generale) credo che ci fosse la paura. La paura di vedere nella vittima se stessa, come davanti a uno specchio deformato. 

La paura spinge l’animo (che mostra tutte le proprie debolezze) a scegliere la scorciatoia cioè il male, la superbia, la vanità (in tutti i sensi), che possono essere espressi sia con le tipiche grida di un’oca starnazzante nell’aia che con il silenzio e lo sguardo altrove. 

Un livido scuro sul braccio fa più senso di un braccio senza lividi e nessuno può vedere i lividi veri lasciati nel cuore. 

Chi tende a fare del male dimentica subito dopo aver goduto da solo o in compagnia. Chi invece lo subisce non dimentica e non potrà mai dimenticare la faccia di chi gli ha procurato quel dolore.

Non credo che a qualcuno piaccia avere puntati su di sé gli occhi pieni di disgusto e di rabbia di chi ha ricevuto le sue percosse, le sue parole umilianti, le sue azioni discriminatorie e fugge cercando riparo negli stessi ipocriti che si celano nella società.

Tuttavia qualcosa si fa. Una nuova mentalità si sta facendo largo perché con la conoscenza si può trasformare quella paura in un’arma ancora più potente come il coraggio. Chi ha il coraggio può curare quel livido, può stringere la mano a un bambino vittima di pedofilia, può guardare negli occhi la persona violentata e affrontare la disperazione che c’è dentro senza temere di venire contagiato in quanto il contagio esiste solo nella mente becera dei baciapile e dei benpensanti.

Si continua a sensibilizzare, a tutelare le stesse vittime, a far uscire il marcio anche all’interno delle famiglie, delle società, ma è ancora troppo poco anche per il fatto che molte zone d’Italia sono ancora indietro nel progresso e nella mente, ancora schiave di vecchie mentalità. Altrimenti chi subisce la violenza (fisica e morale, lo ripeterò sempre) sarà a sua volta giudice e pure boia del violentatore.

 

  1. I due racconti che compongono questo libro si intitolano “Rosso notturno” e “Il sogno dello scorpione” ed in entrambi i casi hai narrato le vicende attraverso il racconto del passato dei tuoi protagonisti. Come mai questa scelta narrativa?

Ho voluto impostare i due racconti come un doppio binario, un racconto nel racconto, per permettere al lettore di immedesimarsi nei personaggi come se stesse assistendo alla proiezione di un film sulla propria pelle. È una forma per suscitare emozioni in quanto l’emozione spinge spesso alla riflessione, all’autocritica, all’analisi del mondo circostante di ciascun lettore. È raccontando le proprie esperienze che i miei personaggi suscitano nei loro ascoltatori (Jim nel primo, noi stessi nel secondo sotto forma dei fantasmi del protagonista Carlos) una forma di solidarietà, di empatia perché solo così potranno ancorarsi a ciò che resta della vita reale. Una sorta di rottura della quarta parete. Leggendo sveliamo le nostre paure e pure le nostre ipocrisie. 

Forse per un attimo, forse per un niente appena chiuso il libro, ma quell’attimo è più pesante del niente. Più forte del silenzio che i nostri protagonisti cercano d’infrangere con le loro parole e non con le mie.

 

  1. Infine, i tuoi personaggi sono una donna e un uomo che da giovani hanno subito violenze e che durante la loro crescita hanno rielaborato questo trauma diventando, in un certo senso, carnefici a loro volta. Quanto sono determinanti le esperienze vissute durante l’infanzia e l’adolescenza per la costruzione del carattere e della psicologia della persona? Come ci si dovrebbe approcciare alle persone, specialmente giovani, che vivono situazioni traumatiche al fine di aiutarli in un percorso di “riabilitazione” alla vita serena?

Premetto che non sono uno psicologo e potrei dare una risposta sbagliata, ritengo che anche le esperienze negative possano dare una mano a chi cresce nell’infanzia e nell’adolescenza per poter avere una visione molto più ampia del mondo e della vita che si affronta. Non bisogna però eccedere: si dovrebbe avere una sorta di equilibrio, altrimenti una vita vissuta nel rancore è inutile e controproducente. 

Non è facile. Non è per niente facile costruire un carattere quando subisci una marea di violenze fisiche e morali, come se i veri colpevoli non fossero gli altri ma se stessi. Bisogna imparare dalle altrui esperienze ma nemmeno trovarle (e impararle) è facile perché, spesso, si vive autoproteggendosi dalle cose negative con un senso di superba superiorità che perdurerà anche nella vita adulta e verrà usata come arma nei confronti degli altri. Per questo va continuamente sensibilizzato nelle scuole, nella vita sociale, ovunque, il potere dell’unione nei confronti del bullismo, il coraggio di affrontare da soli chi fa del male ad altri, il coraggio di infrangere la solitudine che altri preferiscono imporre (non vi sembra che sia una situazione dal sapore delle società preistoriche di anta anni fa?) a chi viene considerato debole, quando debole invece non lo è. 

Ed è per questo che i giovani devono avere il coraggio di approcciare chi ha vissuto una situazione traumatica, di tenerlo unito perché è con l’unione che una persona debole (umiliata, lasciata ai margini, “sporca”) può risollevare la testa e contribuire a una società migliore.

Perché, per tutti noi, non c’è mai una prima occasione di rialzarsi in piedi. Non esistono limiti al numero delle possibilità di rialzarsi da terra e di affrontare faccia a faccia o tramite la giustizia (privata o pubblica) chi, sentendosi superiore, lo ha umiliato.

E, malgrado non fosse una regola imposta dall’universo, si sa che chi viene lasciato solo, reagisce da solo. Insieme a Red e a Carlos.

 

Grazie Ennio per averci concesso questa intervista.

A presto!

Chi sono

29 anni, blogger, agente letteraria e mamma di Gemma. Credo fermamente nella bibliodiversità e nelle realtà editoriali indipendenti, le quali spesso nascondono perle di cui pochi sono a conoscenza.

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