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perché il bambino cuoce nella polenta

Perché il bambino cuoce nella polenta

Autore: Aglaja Veteranyi

Editore: Keller Editore

Categorie: Libri | Lina Morselli

Cari lettori, oggi Lina Morselli ci parla di un libro incantevole che ho avuto il piacere di leggere e che ho già consigliato a molti di voi in un numero del Settimanale Indipendente: “Perchè il bambino cuoce nella polenta” di Aglaja Veteranyi, edito Keller Editore.

Ogni vita, a suo modo, raggiunge una sua grandezza, una sua forma di resistenza agli insulti del tempo, o un suo piegarsi al vento degli eventi, senza spezzarsi. In questo, tutti noi, a pensarci bene, rappresentiamo una forma di eroismo anche in tempo di pace, e questo dovrebbe essere uno dei grandi collanti che tengono insieme il genere umano. Poi ci sono vite che, con sorpresa e a tratti sgomento, “davvero” si differenziano dalle altre. Aglaja Veteranyi ha avuto una vita differente, di quelle che non si possono misurare neanche con un grafico cardiaco, di quelle che ti mettono a dura prova fino allo sfinimento. Aglaja Veteranyi si è suicidata, a 40 anni, sul Lago di Zurigo, ma ci ha lasciato tutta se stessa, in due libri: “Lo scaffale degli ultimi respiri”, e questo, di cui si parla oggi, “Perché il bambino cuoce nella polenta”. 

IL LIBRO, LA STORIA

Non sappiamo fino a che punto il narrato sia autobiografico, ma di certo qui c’è il vissuto fondamentale della scrittrice: Aglaya nasce e cresce nel mondo del circo, in Romania, ma ben presto la famiglia scappa, e gira l’Europa. La madre è acrobata, il padre è giocoliere, clown, domatore, ed altro ancora. Aglaya ha una zia, che legge i fondi di caffè e colleziona i peluche che le hanno regalato i suoi molti amanti. Aglaya ha una sorellastra, che le racconta la favola del bambino che cuoce nella polenta, perché così spera di distrarla dalla paura che la madre precipiti mentre cammina nell’aria appesa per i capelli. Aglaya vuole diventare una grande attrice, perché il padre, appassionato di cinema, gira film amatoriali spendendo un sacco di soldi e obbligando le donne della sua famiglia a fare da attrici. Aglaya arriva all’adolescenza senza essere andata a scuola, e i genitori decidono di lasciare lei e la sorella in un collegio in Svizzera, per dar loro una cultura capace di riscatto. Aglaya fugge dal collegio e si rifugia a casa della zia, per poi tornare, finalmente, insieme alla madre. E si susseguono le possibili spiegazioni del perché il bambino cuoce nella polenta, via via sempre più tragiche e cruente, così come molti sono i racconti della madre, sempre diversi, sulla sua vita di prima. Aglaja abita ora in ruderi fatiscenti, ora in alberghi di lusso, perché col circo si viaggia, e non si sa mai dove considerarsi di casa. Quando Aglaja cresce, diventa ballerina in un night, poi diventa l’amante di un uomo sposato, poi torna in Svizzera, riprende a studiare e resta lì.  Aglaja segue una scuola di recitazione, ma nessuno capisce il suo genio, e viene espulsa. Aglaja ha uno strano rapporto con i libri e la cultura, secondo la madre non servono, ma lei strappa le pagine dell’enciclopedia e la mastica, così le parole le restano dentro.  

LA ROMANIA

Poi c’è la Romania, della quale si riesce a sapere molto: – le persone non possono pensare liberamente, neanche in sogno – in Romania i bambini nascono vecchi perché sono poveri – all’estero possiamo essere credenti – il dittatore di mestiere è un calzolaio e i suoi diplomi scolastici li ha comprati –in Romania i genitori sono stati condannati a morte dopo la loro fuga – lo zio Petru viene torturato in carcere – abbiamo un passaporto per profughi ma non siamo mai sicuri che non chiamino la Securitate – in Romania chi ha un cane lo lascia morire di fame, oppure ci fa il brodo per non morire di fame lui stesso – la lingua materna è come il sangue nelle vene, scorre da sola.

 In Romania le madri raccontano la storia del bambino che cuoce nella polenta.

LO STILE LETTERARIO E LA SCRITTRICE

Ma c’è molto, molto di più. C’è un susseguirsi di frasi, punteggiature, immagini, che fanno pensare più a un lungo poema che ad un racconto in prosa. Pagine spesso con un solo pensiero, che fermano il respiro, e inducono a rallentare, perché suonano a volte come richieste di aiuto, a volte come accuse, a volte come provocazioni. Sempre inducono a credere che Aglaya ci stia guardando, che parli con ognuno di noi, che stia narrando di sé, e nello stesso tempo si faccia carico di ogni emozione, ogni dubbio, ogni sogno di ogni lettore che tenga in mano il suo libro. Così cresce di pagina in pagina la consapevolezza che questa donna dalla vita “davvero” diversa abbia avuto in sorte di farsi eco del mondo, delle lingue, delle culture, dei pericoli, delle paure e di tutti i modi possibili per dircele. Dalla sua biografia sappiamo che molta della sua straordinaria cultura se l’è conquistata da autodidatta, in lingua tedesca, sappiamo che con il suo compagno ha fondato un gruppo teatrale e ha tenuto letture in mezzo mondo, sappiamo che era bellissima. Sappiamo che ad un certo punto non ha retto il peso, e ha deciso di por fine alla sua fatica di vivere. Se è vero che ogni suicidio suona come un atto d’accusa per chi resta in vita, al banco degli imputati qui figurano egoismo, perbenismo, ottusità, dittatura, ignoranza, indifferenza, tutti disvalori che hanno impedito al nostro mondo di accogliere la genialità e la difficoltà di Aglaja. Per fortuna c’è la Letteratura, per fortuna ci sono i lettori, per fortuna sopravvive tra loro una forma di competenza emotiva capace di fare giustizia, di riportare almeno la memoria di questa scrittrice al posto d’onore. 

Lasciamo quindi ad alcuni passaggi di questo libro straordinario il compito di suscitare l’interesse, la curiosità e la voglia di saperne di più.

ALCUNI PASSAGGI

Conosco il mio paese solo dall’odore. Profuma come la cucina di mia madre … CHE ODORE HA DIO? … Ogni persona ha un proprio motivo per morire. Ai morti porta fortuna che degli estranei facciano loro visita prima della sepoltura, dice mia zia. SIAMO PIU’ A LUNGO MORTI CHE VIVI, PER QUESTO ABBIAMO BISOGNO DI MOLTA PIU’ FORTUNA DA MORTI. … La gente ha paura di Dio, per questo va in paradiso. Là c’è un reparto speciale per gli artisti che sanno volare. ANCHE GESU’ CRISTO E’ UN ARTISTA. … IL TEMPO GELA … SOGNO CHE MIA MADRE MUORE. IN EREDITA’ MI LASCIA UNA SCATOLA CON IL BATTITO DEL SUO CUORE … MIO PADRE E’ MORTO DI ASSENZA. MIA MADRE VIVE SVENUTA. MIA SORELLA E’ FIGLIA SOLO DI MIO PADRE. PIANO PIANO SONO CRESCIUTA. E non voglio figli … GLI ANGELI CUSTODI NON SONO MAI TRISTI, DICE IL DIRETORE DEL CIRCO, ESISTONO PROPRIO PER DIFFONDERE ALLEGRIA. 

Chi sono

27 anni, blogger, agente letteraria e mamma di Gemma. Credo fermamente nella bibliodiversità e nelle realtà editoriali indipendenti, le quali spesso nascondono perle di cui pochi sono a conoscenza.

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Venerdì 9 aprile ho avuto il piacere di intervistare Jacopo Zonca, autore del meraviglioso libro “Il mondo è un’altra cosa”, edito da Epika Edizioni, casa editrice che aveva già pubblicato il primo romanzo di Zonca, “52 49”.

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